Valeria piccini al food act 2016

Valeria Piccini intervistata oggi alla Cerimonia per la sigla del protocollo della valorizzazione della cucina italiana all’Estero, Palazzo della Farnesina, Roma

Il futuro della cucina italiana all’estero: la sua valorizzazione e  le sfide:

La cucina italiana è la più conosciuta ed apprezzata al mondo. Ma anche, insieme alla nostra gastronomia, la più imitata. Non ho i dati aggiornatissimi, ma sicuramente l’industria dell’agropirateria si aggira su più di 50 miliardi di euro l’anno, per non parlare di migliaia di ristoranti cosiddetti italiani che propongono piatti che proprio in Italia non esistono, uno per tutti gli spaghetti alla Bolognese con le polpette di carne.

In questo contesto, gli Chef sono davvero i rappresentanti della cucina Italiana all’estero, la nostra è la sfida delle sfide, la più grande: abbiamo il dovere di giocarla e vincerla.

Il nostro è un ruolo strategico per tutto il comparto agroalimentare, noi dobbiamo essere i testimonials della vera cucina italiana e allo stesso tempo del vero prodotto Made in Italy.

La seconda sfida da vincere è quella di non dormire sugli allori, lasciandoci surclassare dalle cucine emergenti in questi ultimi anni, come quella dei Paesi Scandinavi o del Sud America: dobbiamo sempre mantenere viva la creatività,  forti della varietà e della qualità del paniere italiano dei prodotti agroalimentari.

Tradizione e innovazione sono da sempre le cifre distintive della diplomazia italiana, le stesse che anche molti di voi seguono nella creazione dei vostri piatti. Una linea comune che vi rende ambasciatori del made in Italy: oneri e onori

Quella di Caino è ed è e sempre stata una cucina che parte dalla tradizione del territorio – nel mio caso quello della Maremma toscana – e che si innova sempre restando al passo coi tempi, mantenendo però i sapori e la memoria delle sue radici.  L’onore è essere uno degli interpreti della cucina italiana nel mondo, l’onere – anzi direi un dovere che sento molto – è quella di farla rispettare e comprendere come parte integrante della nostra identità e della nostra cultura.

Il piatto che porteresti/porti all’estero (che secondo te può rappresentare l’identità culinaria italiana).

All’estero senz’altro porterei la pasta, penso che su questo punto tutti i colleghi qui presenti siano d’accordo.

Ma non porterei solo la pasta secca: anzi vorrei valorizzare di più quella fresca, con tutte le sue varietà così diverse per ogni zona d’Italia, perché la pasta fresca è il ricordo della cucina di famiglia, e porta in sé i gesti ricchi di sapienza e di amore delle nostre nonne e delle nostre mamme, i momenti di festa e di convivialità. Insomma, quello stare insieme, così italiano.

www.dacaino.com

FotoValeriaPiccini

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